CREARE SENSO: IL MESTIERE DI VIVERE


“Gli esseri umani sono instancabili cercatori di senso ovunque”.


A leggere questa frase dell’economista Luigino Bruni chi sta scrivendo pensa al senso di quello che sta accadendo in questi giorni di infodemia da possibile epidemia. I siti di informazioni danno comunicazione di una città spettrale, ma camminando per strada la gente continua la sua vita, rallentata e sospesa dall’incertezza del cosa accadrà domani. E ci si chiede che senso ha tutto questo.

In due giorni soltanto siamo stati messi come collettività violentemente di fronte alla fragilità del nostro essere, dove le priorità si sconvolgono e il sentimento di incertezza diviene lo stato normale.


Daniel LIbeskin lo ha messo in scena con maestria nel suo Jewish Museum di Berlino, creando un giardino con asse diagonale in pendenza, dove chi cammina si aggira tra alti pilastri in cemento con la sensazione fisica dello spaesamento.

Siamo fragili e vulnerabili, camminiamo in pendenza in un mondo che ci chiede di stare dritti e non perderci.


Di certo le organizzazioni si stanno riorganizzando, c’è chi si sta prendendo del tempo per sé, chi per progettare il futuro visto che il presente è congelato. Chi è antifragile e pensa di utilizzare questa situazione per divenire migliore, come persona, team, organizzazione.

“Diventa ciò che sei”, diceva Nietzsche, un invito a vivere i fatti della vita come possibilità per potersi pienamente realizzare come persone, liberandosi di molte sovrastrutture che influenzano ogni scelta rendendo l’essere umano prigioniero di un divenire funzionale, performante, privo di qualcosa di nuovo, di originale, di non funzionale.


Quella condizione che nel suo libro Funzionare o esistere? Benasayag dice essere la causa della sconfitta della società moderna che promette felicità ma produce distanza, conflitti, stress e difficoltà a trovare il senso esistenziale.

“C’è una via di resistenza a tutto questo? Un modo che trovare un compromesso tra l’esistere e il funzionare?”, si chiede il filosofo argentino.

Siamo immersi in un mondo VUCA (vulnerabile, incerto, complesso e ambiguo) all’interno del quale ogni azione altrui impatta su tutti e ogni nostra azione impatta su un sistema di cui abbiamo scarsissimo controllo e in cui l’ambiguità ci invita a interpretare il futuro senza gli strumenti noti.

Tutti i cigni neri ci sembravano eventi anomali lontani.

In queste ore ogni distanza, emotiva, cognitiva e informativa si è ridotta e siamo noi europei, italiani, al centro della vulnerabilità e della fragilità di un sistema globale che ci pone degli interrogativi sempre più urgenti.

Prima ancora di “come agire?”, ci si chiede “con chi agire?”


Come divenire comunità in un contesto in cui l’individuo è stato portato a valore unico. Quel senso del tragico che per Benasayag la nostra epoca ha perso, quella dimensione di sentirsi parte di un tutto che portava mia nonna a digiunare se dall’altra parte del mondo c’era un’epidemia, un terremoto o un attentato, quella dimensione oggi ci dice che è tempo di tornare a essere con gli altri e non solo guardare distratti da lontano, perché occupati a funzionare.


Luigino Bruni nel suo Il Capitalismo e il sacro parla dell'economia di Comunione, fondata da Chiara Lubich nel maggio 1991 a San Paolo, come a un nuovo modello economico che include la gratuità e la reciprocità nelle dinamiche sociali ed economiche, vivendo uno stile di vita alternativo a quello dominante.


“Nelle culture cinesi, l’elemento del tragico si manifesta nel fatto che, quando un uomo o una donna commette un peccato, questo si ripercuote sull’ordine dell’universo”, scrive Benasayag. È una metafora ma mette in chiaro l’idea che non è mai vero che esistono individui separati da un certo contesto, anche se i modelli economici e organizzativi basati sulla mistificazione della competizione sulla cooperazione hanno portato a disfunzionalità di cui oggi paghiamo il prezzo.


“La nostra vita presente è dominata dalla dea Ragione che costituisce la nostra maggiore e più tragica illusione” scriveva Gustav Jung in L’uomo e suoi simboli.

Noi esseri umani siamo pienamente irrazionali e agiamo in tal modo. In poche ore la borsa ha bruciato 30 milioni di euro. Perché? Su quale base reale se non la paura, che è una delle emozioni primarie che guidano le nostre scelte e spesso ci induce in errore? L’irrazionalità governa e l’inconscio fa da padrone in mancanza di consapevolezza.


Ha ragione Bruni quando scrive che "La sapienza nasce dalla scoperta che la realtà, se ben guardata, contiene regole, leggi, parole che svelano il senso della vita e insegnano il mestiere di vivere”.


Ma la realtà va guardata e osservata e questo richiede tempo, attenzione, desiderio, cura.

Quella cura che la filosofa Luigina Mortari dice essere nell’ordine delle cose essenziali, “perché per dare forma al nostro essere possibile dobbiamo aver cura di noi, degli altri e del mondo. Siamo quello che facciamo e quello di cui abbiamo cura”, scrive in La filosofia della cura.

E allora chi più dei manager è oggi chiamato a prendersi cura e ad ascoltare per poter essere guida autorevole e non solo tecnicamente preparata, performante ed efficiente.

Acquisire la consapevolezza del proprio impatto sugli altri significa poter divenire un “leader by heart”, capace di imparare e trasmettere con il cuore e di saper vedere al di là della propria specifica azione o parola.

Guido Carlo Alleva, tra i più rinomati avvocati penalisti del nostro Paese, nei suoi 40 anni di carriera ha incontrato centinaia di manager, molti dei quali ha difeso e ha oggi una visione articolata di cosa significa essere consapevoli del proprio impatto come manager, come professionista e come coltivatore.

Anche grazie alla passione per la terra, per il vino e per i giardini, Guido Alleva sa infatti che ci vuole tempo, costanza, perseveranza e umiltà, perché essere al servizio degli altri è un modo per fare comunità.


Articolo pubblicato su Il Dirigente per il progetto di dialoghi Pensieri Stupendi 2020.

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