COMUNICARE CON SEMPLICITÀ


Pensiamo come parliamo.

La qualità del nostro linguaggio determina la qualità del nostro pensiero.


Se parliamo la lingua del conflitto pensiamo in modo conflittuale, se parliamo in modo semplice pensiamo semplicemente, se prestiamo poca attenzione al modo in cui parliamo e scriviamo più o meno lentamente anche il nostro pensiero si impoverisce e con lui le nostre relazioni.

Viviamo in una società dove al dialogo è stata sostituita la discussione e la logica della competizione ha del tutto vinto su quella della cooperazione.

I dialoghi contemporanei sono diventati scontri a due o più individui che non si ascoltano tra loro ma ascoltano solo se stessi e così facendo non progrediscono. Non siamo più capaci di dialogare, perché il dialogo è un’arte che necessita ascolto, qualità e attenzione e, come ogni arte, deve essere insegnato, allenato e praticato. Invece non lo si insegna a scuola e neppure nelle business school.

Il paradosso è che mai come adesso invece c’è bisogno di conversazioni di qualità, perché il mercato è ormai una immensa piazza tenuta in vita da conversazioni ed emozioni, dove il prodotto o il servizio in sé non sono più sufficienti. Non basta avere una bella vetrina, bisogna uscire in piazza e conversare con le persone per affascinarle, attrarle, coinvolgerle emotivamente. Si vendono emozioni, non più solo prodotti funzionali.

Per farsi ascoltare è necessario avere in testa e nel cuore pochi e chiari contenuti che continuamente vanno negoziati con i bisogni e le emozioni altrui.

È il momento di imparare a mettersi nei panni degli altri, sentire come se fossimo gli altri e dunque conoscere tanti mondi, uscire dal proprio orticello conoscitivo, uscire dall’iper-specialismo.


“I manager, scrive il filosofo inglese Theodore Zeldin, stanno già rendendosi conto che iniziano come specialisti ma non appena danno prova delle loro capacità e fanno carriera devono capire il mondo nella sua totalità e non soltanto per l’aspetto in cui sono specializzati”.

Ma nessuno glielo insegna e dunque hanno una sola strada: imparare a conversare con persone diverse da loro, che provengono da mondi altri e che sanno cose diverse dalle loro. Devono avere la capacità di lasciare andare i dettagli del proprio sapere ed essere curiosi, investendo parte del loro tempo per intrattenersi in conversazioni di qualità dove possono imparare a vedere il mondo come non lo hanno mai visto.

Per poter sostenere conversazioni di questo tipo ci sono alcune regole fondamentali senza le quali si cade nella discussione o tuttalpiù nel chiacchiericcio, da cui in entrambi i casi nulla si impara.

Innanzitutto ci vuole volontà, il dialogo è sempre intenzionale, bisogna volerlo, non viene da sé. Poi bisogna avere la disposizione d’animo di ascoltare il proprio interlocutore, mettendo da parte la propria narrazione interiore che ci racconta sempre la stessa storia.

Ascolto attivo vuol dire sospensione del pregiudizio e disponibilità a lasciare entrare la narrazione dell’altro. Un altro elemento fondamentale è saper aspettare prima di rispondere, per poter riorganizzare le proprie idee a partire da quello che abbiamo ascoltato. Ordinare, riposizionare il pensiero, eliminando ciò che non è essenziale alla comprensione dell’altro. Qui la capacità di usare le parole giuste, precise, è fondamentale.

Se il dialogo viene costruito su queste basi si possono generare conversazioni di qualità. Questo genere di conversazioni produce sempre innovazione perché i diversi punti di vista vengono accolti e danno vita a idee che sono ben di più della somma delle idee delle singole persone e allo stesso tempo riescono a includerle tutte. Da questo punto di vista, nell’ottica della leadership inclusiva, i manager sono chiamati sempre più a divenire facilitatori di conversazioni di qualità, filtrando la complessità delle emozioni che ne sortiscono per poter comprendere bene gli altri.


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