SIAMO TUTTI IL BIANCONIGLIO!


Più c’è complessità. Più qualcosa di semplice si nota. È da questo assunto che vogliamo partire a ragionare.Viviamo in un mondo sempre meno lineare, incerto, ambiguo, iperconnesso ed esponenziale, ma soprattutto pieno.Pieno di prodotti, Pieno di servizi. Pieno di competitor. Pieno di relazioni. Pieno di appuntamenti. Pieno di stress!

Mi piace spesso dire che tutti noi siamo il Bianconiglio di Alice nel Paese delle Meraviglie. La sensazione di non avere mai tempo, risorse, competenze sufficienti per raggiungere i nostri obiettivi individuali e collettivi è forse uno degli archetipi più condivisi del nostro tempo…

Non stupisce che in un contesto di questo tipo trovino attenzione e spazio nel mercato numerose iniziative, a volte con un taglio new age - quanti dei vostri conoscenti si sono avvicinati allo yoga o alla mindfulness, non rinunciando neanche in palestra al cellulare, a volte efficientista alla Marie Kondo, avete presente quella signora che ci aiuta a rimettere a posto casa su Netflix, che ci offrono soluzioni, regole, scorciatoie per trasformare la nostra vita e riconquistarci spazio.

Ecco che una riflessione sulla semplicità non può che partire da questo contesto, e a nostro avviso non può che focalizzarsi su quattro dimensioni fondamentali: il tempo, l’energia, le decisioni e il linguaggio. La semplicità ha molto a che fare ognuna di queste dimensioni. Amiamo alla follia chiunque ci faccia risparmiare tempo. E il risparmio del tempo è uno di quegli indicatori percettivi che ci fanno innamorare di un servizio, di un prodotto, di un collega. La semplicità dona energia. Connette. Facilita. La semplicità è questione di decision making. È questione di smettere di fare alcune cose per poter pensare di farne delle altre. È porre l’accento sull’essenziale piuttosto che sul ridondante. È andare a caccia del profondo “perché” nascosto in quello che facciamo. La semplicità è linguaggio. Comprensione e linguaggio.


Solo chi ha davvero compreso un concetto lo può trasmettere-insegnare-condividere con gli altri in maniera chiara e dunque sintetica e dunque efficace e dunque semplice. Sensazione che tutti noi abbiamo provato durante un’interrogazione alla lavagna alle scuole superiori. A me accadeva in chimica, quando dopo aver provato a spiegare che cosa avessi capito delle ossidoriduzioni, mi specchiavo nelle facce divertite dei miei compagni e in quella basita della mia insegnante.

Nelle sue lezioni sulla creatività, un gigante del pensiero come Bruno Munari ci conduce magistralmente nella dicotomia fra complicazione e semplificazione:

Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Tutti sono capaci di complicare. Pochi sono capaci di semplificare. Per semplificare bisogna togliere, e per togliere bisogna sapere che cosa togliere, come fa lo scultore quando a colpi di scalpello toglie dal masso di pietra tutto quel materiale che c’é in più della scultura che vuol fare. Teoricamente ogni masso di pietra può avere al suo interno una scultura bellissima, come si fa a sapere dove ci si deve fermare nel togliere, senza rovinare la scultura? Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità. La semplificazione è il segno dell’intelligenza, un antico detto cinese dice: quello che non si può dire in poche parole non si può dirlo neanche in molte.


Semplificare dunque non ha nulla a che fare con l’impoverire, depauperare, banalizzare. Il risultato di un percorso di semplificazione ha sempre un valore maggiore rispetto al punto di partenza.

Altrimenti non è semplicità ma riduzione di risorse. Non si tratta dunque di fare di più con meno, o di claim alla “less is more”, ma di comprensione e traduzione del valore che sto generando. Una capacità di traduzione che parla la lingua della complessità ed è capace di ridurla a qualcosa di maggiormente maneggevole, ma capace di mantenere profondità. Una capacità manageriale sempre più importante.

Paolo Antonini

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