DELLA TORRE DI PISA E DELL'ANTIFRAGILITÀ

Si sente spesso dire che si impara solo dagli errori. Che una delle competenze che un bravo manager deve possedere è quella di saperli valorizzare questi errori. E che addirittura un bravo manager è quello che lascia sbagliare i propri collaboratori.

Ma come si scende a patti fra la valorizzazione dell’errore e la cultura organizzativa dominante, che fa del risultato e della perfezione le due architravi più solide sui cui costruire il successo?

Urge un distinguo. Esistono errori brutti ed errori belli. I brutti vanno ridotti. I belli vanno promossi. Nella squadra dei brutti giocano tutti quegli errori nati da distrazione - incomprensioni - paura - mancanza di informazioni - fretta.

In quella dei belli quelli nati dalla volontà di assumersi il rischio della sperimentazione. Ovvero provare a fare qualcosa che nessuno ha mai fatto o in un modo del tutto inedito.


In qualche modo stiamo dicendo che un’azienda in grado di valorizzare l’errore è quella che sa accogliere dosi omeopatiche di imperfezione. Alcuni spunti: se la Torre di Pisa fosse stata dritta, avrebbe avuto lo stesso successo? Oppure… chi di voi ha passeggiato dentro una foresta si sarà accorto che non c’è proprio nulla di “perfetto” all’interno di uno dei più longevi ecosistemi del pianeta .

Rimanendo nel mondo naturale, una rilettura contemporanea delle teorie di Darwin porta molti scienziati a sostenere che sono proprio i difetti di un sistema a permettere la sua evoluzione. Se qualcosa è perfetto è immobile. Statico. I difetti di un sistema gli impongono movimento e progresso.

Mi è capitato di leggere negli ultimi mesi due libri, molto diversi fra loro, ma con un illuminante elemento comune.

Uno si chiama Imperfezione, scritto dal divulgatore scientifico Telmo Pievani. L’altro si chiama Giocati dal caso di Nassin Taleb. Uno parla di evoluzione naturale. L’altro di finanza e statistica. Dice Pievani: ll senno di poi è il peggior nemico per la comprensione dell’evoluzione, perché tende a sottostimare tutti gli innumerevoli esiti alternativi che sarebbero stati possibili a partire dalle stesse condizioni. Se invece facessimo lo sforzo di comprendere l’evoluzione immedesimandoci nelle possibilità che c’erano in un dato momento storico, allora si aprirebbero ai nostri occhi molti contro-futuri di cui era gravido il passato nei suoi punti critici e nelle sue imperfezioni.


Taleb aggiunge: Non si può, in nessun campo (militare, politico, medico, finanziario), valutare la bontà delle prestazioni sulla base dei risultati, e la si deve piuttosto giudicare sulla base del costo delle alternative (cioè dei risultati che si sarebbero potuti ottenere).


Tali serie di eventi sostituibili ai risultati osservati sono dette storie alternative. La qualità delle decisioni non può essere giudicata esclusivamente sulla base delle sue conseguenze, ma questo punto di vista sembra essere sostenuto solo da coloro che falliscono.

La valorizzazione dell’errore è darsi la possibilità di accedere a queste “storie alternative” in grado di generare valore e che vivono lontano dagli occhi della perfezione e del prevedibile.

Proprio come fa il DNA umano. La mutazioni casuali che avvengono nel DNA fanno si che ogni individuo sia portatore di differenze uniche e che, grazie a questo, abbia maggiori o minori possibilità di sopravvivere e di riprodursi in un dato contesto ambientale. Riprodursi in maniera identica, clonandosi all’infinito, non conviene. Meglio sabotarsi deliberatamente, dando spazio a errori che possono rivelarsi decisivi. In altre parole per sopravvivere in ambienti che cambiano, bisogna saper sperimentare e variare.


Taleb dice la stessa cosa con altre parole: solo se ci si confronta con il rischio del fallimento individuale si ottiene un beneficio sistemico e si è in grado di prosperare in un mondo che cambia costantemente.


Il tema delle storie alternative ha anche a che fare con le relazioni umane come ben sintetizzato dalla scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. Nel libro Il pericolo di un’unica storia ci ammonisce: raccontare un’unica storia crea stereotipi. E il problema degli stereotipi non è tanto che sono falsi, ma che sono incompleti. Trasformano una storia in un’unica storia.


Anche in musica troviamo un concetto simile. Si chiama nota di passaggio. La nota di passaggio è una variazione armonica. È l’inserimento di una nota “sbagliata” all’interno di un’armonia. Una nota che trova senso solo ed esclusivamente grazie alle note che il compositore fa seguire.


Forse è proprio questo il segreto per la valorizzazione di un errore. Considerarlo un passaggio e costruire un contesto di senso che trasforma un errore nell’elemento in grado di generare un valore alternativo rispetto allo standard, rendendo tutto più interessante. Proprio come la Torre di Pisa.


Paolo Antonini

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